Pensioni Complementari, come Orientarsi?

Pensione sì, pensione quando, pensione come, riforme previdenziali: tutto l’intero mondo pensionistico è fra i temi più caldi dell’attualità politica e sociale! Ne consegue, quindi, che anche il mercato entri, più o meno a gamba tesa, nel settore e faccia la propria proposta al cittadino disorientato.

Tra le domande fatte e che registrano più perplessità, ma che testimoniano il vivo interesse per la materia, ci sono quelle riguardanti forme pensionistiche complementari, un mondo abbastanza variegato che varrebbe la pena di approfondire insieme.

Prima di tutto, come sempre diciamo, dobbiamo individuare quali sono gli obiettivi che intendiamo raggiungere e quali sono le nostre aspettative economiche future.

Dopo questa prima analisi tutta personale, soffermiamoci sulle tipologie di fondi pensionistici complementari che possiamo trovare sul mercato. Essi si dividono in due macro categorie: i fondi aperti e i fondi chiusi. A questi due, si aggiunge un terzo tipo, per la verità afferente comunque alla tipologia dei fondi pensione aperti: le polizze pensionistiche individuali.



Ciascuno presenta, com’è ovvio, delle caratteristiche peculiari: solo esaminandole con attenzione saremo in grado di decidere quale prodotto fa al caso nostro.

I fondi aperti sono messi su da società private che operano nel settore del risparmio e della finanza: anche le compagnie assicurative rientrano in questa definizione. Si rivolgono ai lavoratori, visti come singoli, o al massimo intercettano quei gruppi che non sono soddisfatti delle offerte proposte loro dai fondi pensione chiusi. E già, perché quest’ultimi sono organizzati da sindacati, associazioni di categoria e datori di lavoro e sono pensati per dipendenti o autonomi, ma strutturati comunque in categorie professionali. Le caratteristiche economiche di questi fondi pensione sono decise a monte tramite contratti nazionali collettivi.

Come si alimentano i fondi pensione? Tramite i contributi versati dai lavoratori, tramite quelli versati per i propri dipendenti dal datore di lavoro e tramite il TFR (trattamento di fine rapporto, forse più conosciuto con il termine di “liquidazione”). Queste due ultime fonti di finanziamento, comunque, valgono esclusivamente per i lavoratori dipendenti e non per quelli autonomi. Ad ogni modo, quale che sia il mezzo per rimpinguare tali “salvadanai”, la loro gestione è sempre affidata a banche, assicurazioni o società di gestione di fondi comuni di investimento.

Spesso sarà chiesto al lavoratore di fare un’opzione e scegliere qual’è la linea d’investimento preferita tra quella obbligazionaria, azionaria o bilanciata (probabilmente, la più interessante per il giusto mix di sicurezza e fruttuosità del capitale). Naturalmente, saranno poi la singola propensione al rischio o gli anni che separano dalla pensione ad avere l’ultima parola sulla scelta: l’importante è che sia ben ponderata, perché non è detto che le opzioni di default possano andar bene per tutti! Giunti finalmente al pensionamento, il fondo inizierà a funzionare ed erogherà la somma prevista ad integrazione della pensione pubblica garantita per legge. L’importo sarà vario, e dipenderà dalle scelte fatte in precedenza: ecco perché è così importante poter scegliere sempre di affidare i propri soldi, almeno in parte, a linee di investimento dal risultato garantito, spesso ben gestite dalle grandi compagnie assicurative!

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